L’INDAGINE
Febbraio 2012, l’ufficio Posta Più apre nel quartiere. I residenti sono contenti. «Un posto dove pagare le bollette ci voleva», dicono in molti, visto che per arrivare alle Poste più vicine bisogna attraversare viale Jonio e camminare per quasi un chilometro. Centinaia di persone richiamate dai passaparola cominciano a servirsi da Posta Più. Dietro le scrivanie ci sono due donne e il responsabile di filiale, un tipo convincente dai modi affabili. Un ragazzotto romano sulla trentina, col pizzetto e la parlata disinvolta, che convince molti clienti ad affidare all’agenzia il proprio denaro. Qualcuno prova addirittura ad aprire un conto corrente. Ma i clienti non sanno che l’azienda ha l’autorizzazione per spedire soltanto lettere o pacchi, e non per gestire i bollettini postali, perché per questi ultimi è necessaria una speciale autorizzazione della Banca d’Italia e l’iscrizione a un albo.
Per più di un anno ignari utenti hanno pagato le bollette dell’acqua, della luce e del gas, i bolli auto, la Tassa Rifiuti, l’assicurazione, perfino qualche cartella esattoriale. Salvo, pochi mesi dopo vedersi recapitare a casa intimazioni e solleciti di pagamento. In alcuni casi hanno subito addirittura il calcolo aggiuntivo di interessi di mora e persino il distacco delle utenze. Il motivo? Dall’ufficio postale di via Monte Rocchetta i soldi ai destinatari non erano mai arrivati.
Ma che fine ha fatto il denaro transitato nelle casse di Posta Più versato dai residenti del Tufello e Montesacro? I magistrati hanno sequestrato i conti correnti intestati ai due amministratori di «Posta Più» e «Servizi Postali» (le società coinvolte nello scandalo) sui i quali c’è parte del denaro che gli utenti hanno versato per i pagamenti di bollettini postali, sia a Roma che nel resto delle province coinvolte. E su uno dei conti correnti, aperto da uno dei due presunti truffatori, presso Poste Italiane (quelle vere stavolta), sono transitati in sei mesi 30 milioni di euro. E anche su questo fiume di denaro e su come sia passato quasi «inosservato» la procura intende fare luce.
«A gestire la filiale c’era un ragazzo romano, Ivan, abitava da queste parti», racconta Giuseppe, uno dei clienti che all’ufficio hanno pagato inutilmente parecchie bollette. «Gli abbiamo telefonato chiedendo spiegazioni - dice - ma lui balbettava, non sapeva che dire. Prima spiegava che ci avrebbe fatto sapere. Poi raccontava che i soldi e le bollette erano state pagate, almeno così risultava a lui. Aveva anche lasciato appeso il suo numero di telefonino alla porta sigillata. Ma dopo qualche tempo non ha più risposto alle nostre telefonate e non si è fatto più trovare». La barista della via racconta di molte bollette «pesanti» tornate indietro. «Non sappiamo come fare per riavere i soldi», spiega. Migliaia di euro versati ogni bimestre nelle casse di Posta Più per pagare acqua, luce e gas. Soldi che poi il gestore del locale ha dovuto tirare fuori per la seconda volta per evitare che le venissero sospese le forniture. La stessa sorte toccata a migliaia di truffati.

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