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Un gatto mette in crisi il matrimonio di una coppia di Milano: il marito da oltre quattro mesi non riuscirebbe più ad avere rapporti completi con la moglie a causa della presenza costante del felino in camera da letto. Lo sguardo dell'animale lo inibirebbe. Di fronte alla richiesta dell'uomo di allontantare il gatto dalla stanza, la moglie si mostra irremovibile. E lui porta tutti e due in tribunale.

L'uomo, un sessantenne, esasperato dalla situazione, si è rivolto al tribunale degli animali: la presenza del gatto in camera da letto lo inibirebbe a tal punto che, negli ultimi quattro mesi, non sarebbe riuscito ad avere rapporti sessuali completi con la moglie. "O me o lui" sarebbe stato l'ultimatum dell'uomo, che ha chiesto al giudice di costringere la moglie a lasciare il gatto fuori dalla stanza da letto.
E quando di triangolo si parla è facile che volino parole grosse: "Inquietante guardone" ha detto l'uomo per descrivere il rivale a quattro zampe. Agguerrita la signora che, pur di proteggere il gatto, non si è fatta problemi ad accusare il marito di aver perso la passione, avendo "semplicemente raggiunto la pace dei sensi".

Di fronte alla donna, irremovibile di fronte all'ipotesi di allontanare il gatto dal talamo nuziale, dopo cinque anni di pacifica convivenza a tre, e di fronte alla richiesta esattamente opposta del marito, il giudice ha tentato di mediare: nel dispositivo di conciliazione è stato stabilito infatti che il felino dovrà restare fuori dalla camera da letto per tre mesi, per permettere di valutare se è davvero la causa della improvvisa impotenza dell'uomo o se questa sia dovuta ad altri fattori. Se, in questi tre mesi, non sarà provato oltre ogni dubbio, che il motivo del blocco sessuale dell'uomo è dovuto allo sguardo del gatto, allora il felino sarà riammesso nella stanza da letto e, accogliendo le richieste della moglie, l'uomo dovrà sottoporsi alle visite mediche del caso.

* Fonte Tgcom


Da mesi niente sesso con la moglie ''Tutta colpa del gatto guardone''
 

Al fuoco Grazie a Luigi per la segnalazione!

MILANO - Sembra che fossero parecchio coinvolti. Se il grado di passione non è di per sé misurabile, qualche indizio si può trarre dal fatto che non si fossero minimamente accorti di quel che succedeva nell’appartamento al piano di sotto. Le fiamme, il fumo, le sirene, l’intervento dei vigili del fuoco. Niente.

Così quando i pompieri, per precauzione e per verifica su eventuali danni, hanno bussato alla porta, li hanno più o meno interrotti nel pieno del loro intrattenimento. Accoppiamento di gruppo, tra soli uomini, cinque intorno a un letto più il sesto che s’è momentaneamente allontanato per aprire la porta, tutti stranieri, qualcuno un po’ alterato da alcol o forse da sostanze. Era la sera del primo dell’anno, venerdì sera, in un palazzo alla fine di viale Monza, estrema periferia.

L’incendio s’è risolto senza grosse preoccupazioni. C’era però fumo nelle scale, che rischiava di infilarsi sotto le porte delle altre case. E poi ci sono le procedure di sicurezza, così i vigili del fuoco (come si fa di norma per un incendio in un caseggiato) hanno controllato anche altre abitazioni per assicurarsi che non ci fosse nessuno in pericolo. Là sopra, però, di un eventuale rischio nessuno s’era reso conto. È un piccolo appartamento e, in quanto tale, non è l’ideale per garantire la privacy. La porta d’ingresso, in quelle vecchie case, si apre proprio sull’unico ambiente che fa da cucina, soggiorno e stanza da letto. Un posto in cui cinque corpi si notano, dietro chi arriva ad aprire (appena coperto) chiedendo: «Cosa succede?». La privacy in casa è sacra, può metterla a rischio solo un’emergenza.

Fonte Corriere.it