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Ha il seno troppo grosso, il negozio di intimo la licenzia

Washington - Il suo decollete le è costato il posto di lavoro, ma Lauren Odes, una voluttuosa signora bionda, non intende arrendersi. Assunta solo lo scorso 24 aprile da un negozio di intimo nel cuore di Manhattan noto per i suoi completini sexy e la sua pubblicità osè non se lo sarebbe mai aspettato: eppure è stata licenziata su due piedi, solo una settimana dopo aver preso servizio come impiegata, per essere troppo sexy.

In particolare per avere un seno troppo voluminoso. Almeno questo è quanto sostiene la donna che ha fatto causa al negozio ‘Native Intimates’, sostenendo di essere oggetto di discriminazione per la forma del suo corpo.

Rappresentata legalmente dalla nota avvocata di vip hollywoodiani e non, Gloria Allred, Odes ha dichiarato: “Sono rimasta scioccata quando il manager mi ha detto che sono troppo provocante e che il mio seno è troppo grosso”. A suo avviso, il manager le avrebbe inoltre fatto sapere che causa del suo licenziamento era anche il fatto che il padrone del negozio, un ebreo ortodosso, non gradiva il suo abbigliamento.

Curiosamente sulla vetrina del negozio, a fare pubblicità agli intimi, è la foto di una donna che si stringe i seni voluminosi.

Nei documenti presentati in tribunale, la donna fa appello a due tipi di discriminazione: una di carattere religioso e una basata sul sesso e sostiene di essere stata messa alla porta ‘’per essere attraente, per non essersi conformata ai limiti religiosi imposti dai superiori e per avere determinate parti del corpo’’.

* Fonte quotidiano.net

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Giustiziato per un crimine commesso dal suo sosia omonimo. Che la pena di morte fosse uno strumento fallibile l'aveva raccontato con grande pathos nove anni fa il regista Alan Parker nel film "The life of David Gale" interpretato da un superbo Kevin Spacey. Adesso, grazie al lavoro del professore di diritto James Liebman, coadiuvato da un folto team di studenti della Columbia University di New York, vi sono le prove concrete che dimostrano come in passato una persona sia stata giustiziata per un delitto portato a termine da un'altra persona. La vittima del tragico errore giudiziario si chiamava Carlos De Luna, era un americano di origine ispanica e fu arrestato dalla polizia per aver ucciso il 4 febbraio del 1983 Wanda Lopez, un’impiegata della stazione di servizio Sigmor Shamrock nella cittadina americana di Corpus Christi, in Texas. Il docente, che ha lavorato sul caso per cinque anni e che ha pubblicato recentemente un lungo dossier intitolato «I sosia Carlos: anatomia di un errore giudiziario», è riuscito a dimostrare come quel delitto fu commesso da Carlos Hernandez, un vecchio amico di De Luna che non solo aveva il suo stesso nome, ma assomigliava tantissimo al ragazzo giustiziato nel 1989.

IL DELITTO - Durante il processo, De Luna, che aveva appena 20 anni all'epoca dell'arresto, avrebbe raccontato la verità, ma non sarebbe stato creduto dalla Corte. Il giovane avrebbe dichiarato di aver incontrato Hernandez in un bar e di essersi fermato a parlare con lui. Più tardi avrebbe visto il suo amico litigare animatamente con una donna nella stazione di servizio e per non ritrovarsi nei guai sarebbe scappato via (De Luna era in libertà condizionata). Dopo 40 minuti la polizia lo avrebbe arrestato e in seguito sarebbe stato condannato a morte sulla base del racconto di un testimone oculare che avrebbero visto un ispanico sul luogo del delitto, nonostante «tutti gli altri indizi dimostrassero la sua innocenza». Il lavoro del docente della Columbia University afferma che le indagini furono compiute in un modo «troppo spedito e superficialmente», identifica «numerosi errori, indizi perduti, occasioni mancate che hanno portato all'accusa contro De Luna».

LA CONDANNA - Hernandez che era già stato in carcere per diversi reati e più tardi sarebbe stato condannato a 10 anni di galera per aver tentato di uccidere un'altra donna, fu definito dal giudice che seguì il processo contro De Luna «un fantasma frutto dell'immaginazione dell'imputato». Questa teoria fu supportata anche dall'avvocato d'ufficio che difese l''allora ventenne: il legale dichiarò che Carlos Hernandez «probabilmente non era mai esistito». Nel 1986, un giornale locale ritornò sulla vicenda pubblicando la foto di Carlos Hernandez definendolo "il vero omicida di Walda Lopez", ma non servì a nulla: De Luna fu giustiziato con un'iniezione letale tre anni dopo: «Se un nuovo processo fosse condotto oggi, la giuria dovrebbe assolvere De Luna», ha dichiarato Richard Dieter, direttore del Death Penalty Information Center, organizzazione no profit fondata nel 1990 - Fino ad oggi non avevamo ancora un caso così eclatante in cui una persona innocente era stata condannata a morte. Ma grazie a questo studio ci siamo arrivati». «Nonostante tutto sia andato storto in questo processo, l'imputato poteva essere salvato», rileva l'autore del lavoro che alla fine dell'opera denuncia: «Disgraziatamente le stesse crepe che hanno portato alla condanna per errore di De Luna continuano oggi a mandare a morte persone innocenti».

* Fonte corriere.it

L'incredibile storia di Carlos: condannato a morte al posto del sosia

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Il ragazzo della figlia 13enne aveva postato su internet delle foto di lei in topless, un affronto troppo grande per Gedu Bibi, 47 anni.

La donna ha così compiuto la propria vendetta su Sumon Miah, 21 anni, attirandolo a casa sua e colpendolo alla testa con una gamba del tavolo. Il giovane è morto in ospedale dopo diversi giorni di coma.

La vicenda, che si era svolta alla periferia di Londra nel 2006, fu archiviata dalla polizia come legittima difesa da parte della figlia di Bibi, che aveva dichiarato il falso per difendere la madre.

Qualche anno dopo però, sono emersi diversi particolari che contrastavano con questa versione, il processo è stato riaperto e la donna è stata inchiodata per omicidio di primo grado.

* Fonte Yourself

Pubblica foto della fidanzata in topless, la suocera lo uccide per vendetta,

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