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Ha mal di testa e convulsioni: i medici scoprono che ha un verme di 10 cm nel cervello

INGHILTERRA - Ha una tenia nel cervello e i medici lo scoprono dopo 4 anni. Un uomo londinese di 50 anni per diverso tempo ha sofferto di forti mal di testa, convulsioni, perdite di memoria e dell'olfatto. I medici lo hanno sottoposto a diversi test, ma tutti risultavano negativi. Dopo diverse analisi si sono resi conto che qualcosa nel cervello di questo uomo era anomalo, non si trattava di una massa o di liquidi, ma di un animale. I dottori hanno diagnosticato la presenza di una tenia di 10 centimetri e sottoposto l'uomo a una cura farmacologica. La tenia è un parassita, che normalmente si contrae mangiando pesce o carne cruda e può dare diversi sintomi al paziente, spesso confondibili con quelli di molte altre malattie.
Vermi-robot e microchip nel cervello:
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Donna soffre di 90 orgasmi l'ora. ''Male rarissimo''

USA - E' in grado di raggiungere 90 orgasmi in un'ora, ma per Cara Anaya, mamma 30enne dell'Arizona (Stati Uniti), la vita è un inferno. La donna ha svelato la sua patologia ai media e spiegato che la sua libido è il frutto di una rara disfunzione sessuale.
Questo disturbo le impedisce qualsiasi normale attività quotidiana. Andare a prendere il figlio a scuola o fare spese, infatti, possono rivelarsi un'esperienza imbarazzante.

La malattia le è stata diagnosticata tre anni fa, come spiega il Mirror, e sembra sia incurabile. Ogni giorno ci sono all'incirca sei ore di eccitazione sessuale spontanea. Niente di emozionante però perché il marito Tony Carlisi, 34 anni, confessa che la moglie è sempre più confusa e umilita: "Quando è in presenza di bambini si sente come una pervertita".
"Come faccio a essere coinvolta nella vita di mio figlio di 10 anni? - si chiede Cara - Mi sento troppo sporca per far parte della sua vita. Voglio che cresca come un ragazzo normale.

Cara ormai evita di stare in pubblico o di rimanere in spazi aperti. "Ho dovuto imparare a non mostrare troppo la mia eccitazione, rimanendo impassibile".

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Sei mesi di chemio ma non è malata, la risarciscono ma ha danni permanenti

SCOZIA - Quando nel 2008 le diagnosticarono un tumore al fegato allo stato terminale, Ann Milne, che all'epoca aveva 56 anni, non ha avuto dubbi: si doveva subito sottoporre alla chemioterapia.

Sei mesi estenuanti fatti di angosce, dolori, perdita di capelli, vomito e stanchezza. Un tunnel alla fine del quale ha scoperto, nel 2009, che la diagnosi era sbagliata e che lei non era mai stata ammalata di cancro.

Una scoperta dal sapore agrodolce. Da un lato l'euforia di una donna, nonna e madre di 4 figli, che si sente rinascere e assapora nuovamente il gusto di una vita che sino a poco prima sembrava perduta. Dall'altro la disperazione nel constatare che quella cura inutile ha lasciato una traccia indelebile: danni muscolari permanenti che costringono Ann a una vecchiaia prematura, tanto da far diventare indispensabile un bastone per poter camminare. Solo ora è riuscita a ottenere un cospicuo risarcimento per il suo caso di "malasanità". Molti soldi, ma niente scuse. L'azienda sanitaria si è limitata a dire: «Possiamo confermare che la questione è chiusa». 

«Hanno rovinato la mia vita - dice Ann - Io sono stata sempre piena di energia ed ero abituata a fare lunghe passeggiate con la mia famiglia, mentre ora non riesco a camminare per pochi metri senza stancarmi. Questa storia mi ha invecchiata di 20 anni. Sono disgustata al pensiero di essermi sottoposta alla chemioterapia per una malattia non ho nemmeno avuto, di aver subito una cura che avrebbe potuto uccidermi. Il peso che ha dovuto sopportare la mia famiglia è stato enorme, non credo che ci sarà mai la possibilità di superare tutto questo: mi era stata data una condanna a morte». 

Ann, ex segretaria di Fraserburgh, Aberdeenshire, in Scozia, nel novembre 2008 restò devastata nell'apprendere di avere un cancro al fegato, cinque anni dopo aver sconfitto un cancro al seno. Aveva avvertito un dolore al braccio destro nel novembre 2008 e si fece visitare dal medico di famiglia. I test evidenziarono varie lesioni al fegato che i medici diagnosticarono erroneamente come tumori cancerosi: dissero ad Ann e a suo marito Graeme, 50 anni, operatore di gru, che la scienza non poteva far nulla per salvarla dal cancro. In ogni caso le fu data la possibilità di sottoporsi alla chemioterapia, almeno per allungarle un po' la vita e regalarle più tempo da passare con i suoi figli (Lynne, 36anni, Douglas, 31, Neil, 29 e Paul, 28) e i suoi nipoti Skye, 17, Nikole, 14, Lily e Siena, entrambi di un anno. Per i sei mesi successivi Mrs. Milne ha subito sedute di chemioterapia che le fecero perdere i capelli e le provocarono vomito e affaticamento. Rimase talmente devastata che a un certo punto i figli pensarono che avesse avuto un ictus. In quel periodo Ann avviò un libro di memorie per aiutare i suoi figli a ricordarla e cominciò a fare progetti per il suo funerale. 

Ann racconta di aver accettato gli orrori della chemioterapia solo per guadagnare tempo prezioso da vivere con figli e nipoti. Dopo la prima seduta fu ricoverata in terapia intensiva perché il suo cuore stava cedendo. Il trattamento la costrinse a letto per mesi, senza energie da spendere per giocare con i nipoti. Quando, però, nel 2009 i medici notarono che le condizioni di Ann erano invariate, la convocarono all'Aberdeen Royal Infirmary per un check-up. «Pensai che volevano dirmi che stavo rispondendo bene al trattamento - dice Ann - Ho cominciato a chiedermi se avessi in qualche modo battuto il cancro ancora una volta, nonostante la diagnosi. Quando il medico mi disse che ero addirittura libera dal cancro, mi sentii totalmente felice. Ma quando aggiunse che il cancro io non lo avevo mai avuto l'esaltazione svanì. Mi disse che i "tumori" che avevano trovato erano solo lesioni innocue e non cancerose. A quel punto, la felicità si trasformò in rabbia. Mi avevano rubato parte della mia vita». 

Ora Ann ha ottenuto un risarcimento a sei cifre dall'azienda sanitaria NHS Grampian, ma sottolinea come l'organizzazione non sia mai riuscita a chiedere scusa. Un portavoce della NHS si è limitato a dire: «Siamo in grado di confermare che la questione è chiusa».

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